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Ronchi di Cialla, la storia dello Schioppettino e la tradizione del Picolit secco

Quando arriviamo da Ronchi di Cialla, la terza azienda del minitour di Top Italian Wine in Friuli, la tavola è già apparecchiata per il pranzo: attesi Lidia Bastianich, la famosa chef friulana famosa per i suoi ristoranti negli Stati Uniti, la sommelier che si occupa della sua carta dei vini e una trentina di altri ospiti americani.

ronchi di cialla tavola

Pensare che qualcuno decida di partire dagli Stati Uniti per visitare questa minuscola cantina, percorrendo una stradina che sale nella piccola valle di Cialla (comune di Prepotto in provincia di Udine) inorgogliosisce anche noi, per la capacità che hanno i vitivinicoltori italiani di produrre qualità riconosciuta e apprezzata in tutto il mondo.

Intorno solo colline strette l’una all’altra, ricoperte di boschi intervallati da vigneti, ma è qui che, andando contro la legge, si è fatta la storia dello Schioppettino (per Decanter uno dei vini italiani del futuro); è qui che i bianchi friulani sono diventati per la prima volta vini da invecchiamento con le barrique di Antinori… e le storie da raccontare sono tante.A raccontarcele Pierpaolo Rapuzzi, figlio di Dina e Paolo, fondatori dell’azienda nel 1970. “I mei genitori non sapevano produrre vino, venivano da un’altra professione. Quando hanno acquistato questa azienda hanno deciso di utilizzare solo vitigni autoctoni e nella tradizione di questa zona c’era anche lo Schioppetino, che però era ormai quasi estinto”.ronchi di cialla schioppetino

Inizia ad opera loro un recupero di questa varietà a bacca rossa. Per due anni hanno cercato in ogni vigneto di Prepotto i ceppi ancora rimasti; alla fine, dei 70-80 riconosciuti sono state ricavate 3.500 barbatelle. Il primo impianto è stato fatto abusivamente perché lo Schioppetino non era tra i vitigni autorizzati. “E’ stato un grosso rischio, potevamo ricevere una denuncia penale ed essere costretti all’estirpo immediato – racconta la signora Dina, che nel frattempo si è aggiunta alla conversazione -, ma lo rifarei domani mattina.”

Nel 1975 viene istituito il Premio Nonino Risit d’Aur (barbatella d’oro), da assegnare annualmente al vignaiolo che avesse posto a dimora il miglior impianto di uno o più vitigni autoctoni friulani in via di estinzione. La prima edizione del 1976 riconosce subito il merito di Ronchi di Cialla. Grazie a quest’opera di sensibilizzazione lo Schioppetino ed altri vitigni ormai quasi perduti entrano nell’elenco regionale dei vitigni ammessi.

Il 1976 doveva essere l’anno del primo raccolto, ma il terremoto del Friuli, che ha sconvolto la vita di migliaia di persone e fatto crollare anche la cantina dell’azienda, non ha permesso che ciò avvenisse. La prima vera vendemmia dello Schioppettino è rimandata al 1977.

Ora, a distanza di quasi 40ronchi di cialla bicchiere anni, lo Schioppettino è diventato patrimonio di tutti i viticoltori – “per anni i vivai Rauscedo hanno raccolto qui i tralci per le barbatelle”, racconta Pierpaolo – e il vino che si ricava, elegante e asciutto, è secondo la rivista Decanter uno dei vini italiani del futuro.

Nella giuria del Premio Nonino c’era anche Luigi Veronelli, che fa conoscere ai coniugi Rapuzzi uno dei miti dell’enologia italiana: Giacomo Tachis, che lavorava per Antinori. Con lui prende corpo l’idea dei Rapuzzi di trasformare i freschi vini bianchi del Friuli in vini da invecchiamento. “Liberi da pregiudizi” – come afferma la signora Dina – per primi hanno messo in botti i vini bianchi, acquistandole aggiungendole a quelle che venivano ordinate da Antinori.

Tra i vini prodotti da Ronchi di Cialla c’è il dolce Picolit, prodotto anche nella versione secca secondo le indicazioni del Conte Fabio Asquini da Fagagna (1726-1818), che pur essendo astemio lo diffuse nelle più importanti città europee e in Russia. Questo Picolit secco viene prodotto in poche centinaia di bottiglie solo nelle annate migliori, viene venduto esclusivamente negli Stati Uniti e il millesimo attualmente in vendita, quella del 2001, costa 400 dollari a bottiglia.

Tra le intuizioni dei coniugi Rapuzzi, anche quella di aver tenuto partite di vini di tutte le annate prodotte, fin dal 1977: un patrimonio che ha estimatori soprattutto fra i wine lover stranieri, in particolare quelli d’oltreoceano.

Ronchi di Cialla è un’azienda che ha fatto della famiglia la sua forza, con Pierpaolo e il fratello Ivan che continuano la tradizione. Gli ettari sono 27, ma la produzione è di sole 100.000 bottiglie l’anno, il 40% delle quali esportate soprattutto negli Usa.

Oltre alla storia di famiglia, anche la casa ha tanto da raccontare. La costruzione risale al medio evo e nel periodo bellico tra il 1943 e il 1945 faceva parte del territorio liberato dai partigiani, che lo presidiavano di notte, mentre di giorno erano i militari tedeschi delle SS a controllare la zona. Dopo la fine della guerra, la povertà ha portato all’abbandono di queste terre e negli anni ’50 gli ultimi abitanti della casa sono emigrati in Francia, dove hanno iniziato a coltivare vino in Borgogna. Il declino è finito con l’arrivo dei Rapuzzi e da allora nemmeno il terremoto del 1976 è riuscito a fermarli.

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